Le origini

3 luglio 2009

“…..le origini del surf sono antichissime e si perdono nella notte dei tempi, quando in una delle mille isole della Polinesia….” Più o meno, questo è quello che potete leggere su uno dei tanti libri dedicati al surf. Il testo potrebbe continuare con riti di antichi re hawaiiani che si contendevano il dominio sulle loro terre a “colpi d’onda”, su tavole ricavate dai leggeri e resistenti alberi del posto. Non mancherà neppure il buon capitano J. Cook, che annoterà nei suoi diari la propria emozione ed il proprio stupore nel vedere i nudi indigeni cavalcare le grandi masse d’acqua, in piedi su lunghe tavole ricavate da diversi tipi di legno.


INIZIERO’ NIENTEMENO CHE CON LE PAROLE DI MARK TWAIN, TRATTE DAL SUO LIBRO “ROUGHING IT” DEL 1866, ANNO DELLA SUA PRIMA VISITA ALLE HAWAII.
“……susseguentemente, provai a fare surf, ma feci un grave errore. Piazzai la tavola correttamente e al momento giusto. Ma persi il contatto con essa. La tavola colpì il fondale in tre quarti di secondo, senza nessun carico, e io impattai la sabbia al contempo, con un paio di barili d’acqua addosso…”.Se queste poche righe di Mark Twain contribuirono a diffondere nel mondo la notizia che esisteva alle Hawaii un passatempo cosi stravagante ed eccitante, cosa avrebbero causato le molte storie scritte da Jack London, agli inizi del secolo sulle avventure a Waikiki? London, in compagnia della moglie, abitò per un po’ di tempo in un bungalow vicino alla spiaggia di Waikiki. Conobbe personaggi fondamentali del tempo, come il giornalista Alexander Hume Ford (che lo spinse a fare surf) e il surfista George Freeth, che molti di noi conoscono. Fu grazie a Ford che nacque il mitico Outrigger Canoe and Surfboards Club (1908), tutt’oggi molto attivo e popolare. Ford e Freeth, insegnarono a London i segreti del surf e lui li contraccambiò rendendoli famosi grazie alle sue pagine. Nel 1891 nacque un altro club, in concorrenza con l’Outrigger: fra i componenti, venne eletto capo “l’uomo pesce”, Duke Paoa Kahanamoku. In breve le gare di surf e canoa furono stravinte da questo nuovo club chiamato Hui Nalu Goup. Questa sana rivalità sportiva, insieme alla ottima pubblicità fatta allo sport da Jack London, Duke Kahanamoku e George Freeth, avrebbero contribuito massicciamente alla crescita del surf fino al 1940-1950.


GLI ANNI ’40

Subito dopo l’invenzione di Tom Blake (l’applicazione di una pinna alla tavola), il surf subisce un brusco cambiamento di stile. La tavola ha ora un perno su cui basare curve più strette e cambi di direzione più accentuati. Si vedono le prime manovre e il surf diventa appetibile anche per gli spettatori. Verso la fine degli anni ’30 fioriscono i primi surf club anche in California e si organizzano le prime gare. Uno dei primi surf club californiani è il Palos Verde Surf Club, che produrrà molti campioni. Preston “Pete” Peterson domina la scena agonistica dal 1932 al 1941.Nascono anche le figure dei primi shapers, come Joe Quigg e Bob Simmons. L’apporto dato a Simmons al surf è fondamentale. Egli rompe con le tavole in legno e inizia a costruire tavole tipo “sandwich”, costruite grazie a una nuova tecnica: uno strato di legno riempito di styrofoam (simile all’attuale polistirolo). Naturalmente, egli inizia ad usare la resina. In breve, addosso a Simmons piovve una richiesta di tavole così massiccia, da costringerlo ad impiegare diversi shapers, tra i quali proprio Quigg e Matt Kivlin. La fine degli anni ’40 e gli inizi dei ’50 sono dominati dalla figura di Simmons, che crea le basi per una nuova era. Era che purtroppo egli non vedrà nascere: scomparirà il pomeriggio del 26 settembre del 1954 mentre, durante una grossa mareggiata, surfava le onde di Windansea, a San Diego.

GLI ANNI ’50
La nuova era fu segnata dall’avvento del poliuretano. Furono in molti a tentare di accaparrarsi questo appetitoso business, quello delle tavole prestampate, ma solo un paio di loro vi riuscì. Tra questi, Gordon Clarke riuscì a creare un vero e proprio impero grazie al poliuretano: oggi, le più prestigiose ditte di tavole del mondo, usano i suoi “pani” di poliuretano. Ma il più geniale personaggio, vera e propria macchina per far soldi, è senz’altro Hobie Alter. Egli iniziò a far tavole (20 all’anno circa), per gli amici, naturalmente nel garage di casa. Aiutato dal padre, mette su un negozio. Decine di migliaia di tavole sono uscite dal negozio di Hobie, che però deve la sua grande fortuna economica ad invenzioni sullo skateboard e sui catamarani (Hobie Cats). Nel 1955 inizia la conquista delle Hawaii. Quell’inverno, un quotidiano di San Francisco pubblica una foto dove tre surfisti surfano insieme una grande onda di Makaha: erano George Downing, Wally Froiseth e Woody Brown. Dopo quell’anno, in autunno, molti surfisti californiani avrebbero preso d’assalto la North Shore hawaiiana di Oahu. Nel 1957, Waimea viene surfata per la prima volta, grazie ad una tra le figure più carismatiche della storia del surf: Greg “Da Bull” Noll. Inizia una nuova era surfistica: la sfida alle grandi onde.

GLI ANNI ’60
California, inizio degli anni ’60. Il surf vive il suo primo grande boom. Un’epoca nella quale lo scenario surfistico della California influenza la moda, la musica e lo stile di vita e, grazie ai Beach Boys, il surf diventa un termine conosciuto anche in Europa. Agli inizi degli anni ’60 il surf, per i californiani del sud, non significava viaggiare, ma feste in spiaggia, musica e cavalcate sulle migliori onde che si poteva trovare. La maggior parte di essi erano diventati grandi sui beach-breaks, con Ricon e Malibù come dessert. L’arrivo di una grande massa di gente obbligava i surfisti, che prima si spostavano dallo spot casalingo solo per distrarsi, ad intraprendere viaggi. Le Hawaii, nella prima metà degli anni ’60 si limitavano ancora a Waikiki, Makaha e North Shore. In Australia c’erano stati, fino allora, ben pochi surfisti californiani e ancora meno erano riusciti ad arrivare oltre Sidney, fino a Bells Beach o Byron Bay. Poi arrivò il film di Bruce Brown “The Endless Summer” che rubò all’Africa del sud la sua innocenza con la scoperta di uno spot piccolo ma perfetto a Cape Saint Francis. Dopo questo film furono molti i surfisti che partirono in avanscoperta. Era l’era in cui le tavole superavano i nove piedi e si sviluppava una nuova cultura che aveva le sue radici tra la Polinesia e la generazione dei beat. L’introduzione di tavole in schiuma più leggera, il film “Gidget” e la musica dei Beach Boys, spinsero molti californiani al mare. Alcuni per andare in surf, altri per mostrare la propria divisa fatta di scarpe da tennis Converse nere, jeans levi’s bianchi e una maglietta Madra a quadretti. Sulla scena hawaiiana c’erano Buffalo Keaulana, George Downing, Rabbit Kekai, Conrad Kunha, il precoce Paul Strauch e Paul Gebaur. Gerry Lopez, Reno Abillera, Barru Kaniaupuni, Jeff Hakman e Jock Sutherland erano ancora dei kids, ma più tardi avrebbero regnato il mondo del surf. Dopo la morte di Bobby Brown toccava a Nat Young, un giovane e snello australiano, cambiare la storia del surf. Young gettò i primi semi della shortboard revolution quando si presentò nel 1966 al World Contest a San Diego con una tavola lunga 9,6 piedi. Ironia del destino: fu proprio lui che venti anni dopo aprì il Longboard Revival vincendo per primo quattro campionati di longboard con il suo originalissimo drop knee turn. All’inizio degli anni’60 il design della tavola cambiò velocemente, cominciando dalle pinne poco pratiche e dai pesanti accessori in legno, che vennero sostituiti dalla fibra di vetro. Si poneva poi inevitabilmente la domanda: “Perché le pinne sono così grandi?”. Furono fatti allora molti esperimenti sulle pinne, iniziando dalla “hatchen fin” di Dewey Weber fino alla “tunnel fin”, un oggetto simile ad una lisca di pesce che raccoglieva l’acqua sotto il tail migliorando così il noseriding. Alcuni provarono anche delle pinne sottili sotto il nose per controllare meglio il noseriding. Come standard si affermavano le speed-fin, delle appendici molto vicine l’una all’altra e molto arretrate per migliorarne le performance. Poi toccò al peso esagerato della tavola. In un primo tempo la robustezza era molto importante ed era normale usare dei larghi redwood-stringer con una stuoia da 2/10 d’oncia. Con lo sviluppo di nuovi tipi di fibra di vetro il peso delle tavole diminuiva da 35 a 22 pounds e divennero possibili nuove manovre come il rollercoaster, predecessore dell’off the lip, e il take off fin first.

Surfisti come David Nuuhiwa facevano fin drifts e si avvicinavano sempre di più alla perfezione dell’heicopter. Nat Young sfoggiava dei triks originalissimi, faceva vedere dei paddle-out entries stando sul ginocchio, entrava remando nel face dell’onda, girava il nose nel curl, si alzava, girava la tavola sulla poppa e la indirizzava poi nell’onda fino a caval-carla senza doverla anticipare remando. Poi arrivò il “penetrator”, una tavola concepita da Tom Morey per John Peck. Questo surfboard aveva il rails nel nose più basso di tutte le altre tavole di quei tempi. Esso spianò la strada ai più veloci down-railed boards, che però non divennero popolari prima degli anni ’70, quando gli shapers Mike Hynson e Dick Brewer li ritennero finalmente validi.
Come risultato della vittoria di Nat Young al World Contest, in sei mesi diminuì la lunghezza delle tavole, in media di sei pollici, la cosa faceva diventare più difficile il noseriding mentre aumentava la maneggevolezza del tail.
Di nuovo diminuì la stuoia, gli stringer divennero più stretti e a volte addirittura sparivano. Le tavole senza stringer a-vevano il difetto, evidente, di potersi rompere e, problema ancora più grave, dei flexes incontrollabili e sparirono così ben presto. Si accorsero che le tavole più corte e meno spesse affondavano di più, così che per la prima volta il remare veniva sacrificato per la performance e la maggior parte dei surfisti iniziò a procurarsi una tavola corta. Il resto del mondo del surf reagì lentamente a questa tendenza e all’inizio fece solo dei cambiamenti passo per passo. I nose diven-nero più stretti, i rails più snelli, ogni tanto addirittura tagliati, così che all’inizio era necessario un periodo di adatta-mento, soprattutto per quella generazione che era cresciuta con i rails belli tondi.
Dal 1062 al 1967 ci furono un sacco di cambiamenti radicali per i surfboard. Ma era solo l’inizio.
Un giorno del 1967, gli australiani partorirono il “baby”, influenzati dal knee-boarder americano George Green e sotto la guida di Nat Young e Bob McTavish, diedero inizio a quel movimento che ben presto fu riconosciuto come la short-board revolution. Tanti grandi surfisti dei primi anni ’60 non sopravvissero a questo cambiamento. Quando capivano che per loro era passato il tempo, tanti smisero di andare in surf per un decennio. Durante l’inverno, sulla costa califor-niana, era quasi impossibile trovare un buon surfista su un longboard. Anche per chi volesse, era quasi impossibile tro-vare un longboard. Nel giro di due anni, il longboard era scomparso.
Per via del peso diminuito, della tavola più corta e per le sue performance, era praticamente impossibile ritrovare lo stile che aveva fatto diventare grande il surf. Il noseriding, che una volta era il massimo, era praticamente scomparso e si presumeva di non dover vedere mai più hang-ten, drop knee turns o reverse kickouts.
Ci vollero altri sette anni perché il mondo del surf capisse che aveva perso un valore straordinario con la scomparsa del longboard. I longboard moderni sono naturalmente più leggeri, hanno spesso tre pinne e delle poppe doppio-concave.

Nei primi anni ’70, ci fu una nuova invenzione. Il bodyboard. Il bodyboarding così come lo conosciamo oggi, è stato inventato nel 1972 alle Hawaii da Tom Morey. Tom, un surfista visionario, con il sogno di “mondo senza barriere e dif-ferenze”, voleva mettere a punto un attrezzo per cavalcare le onde utilizzabile da qualunque persona sulla faccia della terra. Così, adoperando niente di più di un grosso coltello, un ferro da stiro e qualche giornale, Tom prese un pezzo di schiuma espansa che aveva in garage e costruì la prima tavola da bodyboard nella storia del surf.
Oggi, a distanza di ventisette anni, Tom ha raggiunto il suo sogno di accomunare milioni di persone con la sua inven-zione, e ha inventato uno sport che per semplicità e divertimento può solo crescere in popolarità. Fin dall’inizio Tom voleva nient’altro che ognuno si potesse divertire a cavalcare le onde proprio come faceva lui con un numero enorme di amici. Ma col passare del tempo, quello che era un semplice gioco, si sviluppò in uno sport vero e proprio, fino a dare inizio alle prime competizioni: il primo campione del mondo fu l’hawaiiano Daniel Kaimi nel 1982.

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