Mickey Dora
Mi è capitato tra le zampe, pochi giorni fa, un Surfer Magazine vecchio ormai di qualche anno. Mi sono accorto di non averlo mai letto. Devo averlo dimenticato per anni in garage a fare da spessore tra un surfboard e un altro. A voi non capita mai?Beh, mi sono maledetto per la mia distrazione. Mi sono dato del rincoglionito, ma al contempo mi sono rallegrato per la sorpresa: c’era un articolo su Mickey Dora.
Non capita spesso di trovare articoli su Mickey Dora. Anche mia zia Bice sa chi è Duke Kahanamoku, chi sono Greg Noll, Robert August & Mike Hynson e via discorrendo. Ma sono pronto a scommettere che molti di voi, non avranno mai neanche sentito nominare questo old boy punk surfer!
Non penso che sulla stampa surfistica italiana, sia mai stato nemmeno citato. Ed è davvero un peccato! Mickey Dora era figlio adottivo di Gard Chapin, surfer e proprietario di un woodshop, nonché shaper (a quei tempi i surfboard venivano ancora fatti in bal-sawood). Nel woodshop veniva a shapare anche un tale di nome Bob Simmons, un personaggio che ha modificato ed innovato profondamente lo shaping e la struttura del surfboard (probabilmente senza di lui per dare la direzione ai nostri surfboard, dovremmo ancora immergere, a mo’ di timone, il piedino nell’acqua!). Il giovane Mickey, a quei tempi impressionabile e facilmente influenzabile, si entusiasmò subito e si appiccicò come una carta moschicida a
Bob Simmons (che mi pare sia stato messo al terzo posto dal Surf Journal nella classifica dei 25 surfers del secolo). Da gremmie divenne un surf-dude e poco tempo dopo uno dei locai hero dello spot di Malibù beach. La leggenda di Mickey Dora crebbe tra il ’59 ed il ’64. I muri dello spot erano imbrattati da scritte a spray: “Mickey Dora is da king!”; “Mickey Dora is a stoud!”. Mickey Dora era bello, era un cialtrone, ed era bravo. Mickey Dora non aveva lo stile pulito e naturale di Lance Carson, quello stile così spontaneo che vedendolo ti fa dire ” Che bello il surfing! Che facile!” non era un big wave rider come Greg Noll, non girava il mondo alla ricerca di nuovi spots come Robert August e Mike Hynson, non era un pro come Phil Edwards o Gary Proper. Ma era in quegli anni il surfer più interessante, più insofferente e più iconoclasta. Era un punk ante litteram, azzarderei un paragone con Sid Vicious.
Una volta, durante un contest Mickey, droppato da Johnny Faine, non esitò un solo istante a spintonarlo, facendolo cadere in acqua. L’episodio è in seguito passato alla storia come uno dei primi casi di localismo. Dora qualche anno dopo riparlando dell’argomento disse che lui aveva spinto Johnny Faine, non perché non era un local, ma perché non aveva rispettato la sua onda. Un’altra volta Mickey Dora, nel corso di un contest, surfò mostrando il culo alla giuria. In quegli anni, il surfing stava passando dall’epoca pionieristica alla affermazione di way of life: i Beach Boys, life’s a beach e tutto il resto. Hollywood iniziava a produrre film con ambientazioni esotico-surfistiche (nulla a che vedere con i film di Bud Browne ), film girati con attori bellocci e minori tipo Frankie Avalon e Annette Funiciello. Mickey Dora sapendo che cercavano una controfigura per girare “Ride the wild surf” si propose e fu assunto. Il film doveva essere girato alle Hawaii, Mickey che non aveva mai messo piede alle Hawaii, era un bravissimo surfer ma sulle onde della California, le Hawaii sono ben altra cosa. Cosa fece il nostro eroe? Ma è chiaro! Andò alle Hawaii e raidò il wild surf. Non lo aveva mai fatto prima, lo fece, e lo fece bene. Era un surfer che faceva il surf per farlo, senza caricarlo di significati; era un surfer che odiava il surf mainstream (pur avendone tutte le prerogative per farne parte) e il surf biz. Era un antieroe. Era uno dei pochi surfer consapevoli, che si rendeva conto che in fondo la vita non è una spiaggia, neanche per un local hero-anti hero di Malibù.
Nel 1968 scrivendo un articolo per Surfer Magazine su un contest a Malibù, Mickey non parlò del contest, degli sponsors, e altre amenità del genere. Scrisse un articolo nel quale collegava l’assassinio di JFK e il Vietnam alla fine dell’innocenza del surf, dicendo che il surf era stato travolto e stravolto dalla realtà “esterna” e che le nascenti multinazionali del surf biz al pari di qualsiasi altra multinazionale, avrebbero uniformato, appiattito e prosciugato il surfing. In sostanza si rese conto per primo che avevano ucciso Bamby. Poco dopo lasciò Malibù, per volare in Sud Africa, e poi in Francia. Se vi trovaste per un surfari in Francia, nel distretto di Aquitania, dalle parti di Hourtin, è molto facile vi imbattiate ne “il gatto” (il suo nickname è Da Cat); o magari potreste vederlo uscire dal casinò di Biarritz in smoking bianco.



